Martedì 11 Mag, 2021

Afghanistan, il disimpegno occidentale

Elio Pariota
Elio Pariota
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A vent’anni dall’attacco alle Torri Gemelle l’America e la NATO annunciano il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. 

Per la precisione 10mila militari, di cui 3500  americani e 800 italiani, lasceranno il suolo di quello sfortunato paese dal prossimo primo maggio all’11 settembre, data divenuta tristemente iconica. 

I nuovi scenari internazionali richiedono rapidi riposizionamenti strategici.

Sullo sfondo resta un territorio ingovernabile che è un mosaico di etnie, una popolazione composta per i due terzi da under 30 che ha conosciuto solo conflitti (non meno di centomila civili uccisi in vent’anni di attentati), una pressione talebana stringente e un’economia a pezzi.

Il disimpegno occidentale da quell’area è assai rischioso

Ma lo è ancor di più il futuro del martoriato popolo afgano.

Commenti
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Martedì 11 Mag, 2021 Vincenzo Merlino

Forse la dipartita da questo povero e martoriato Paese dell’istituzione politica internazionale rafforza in qualche modo il fallimento (l’ennesimo?) delle istituzioni economico-finanziarie internazionali, Banca Mondiale e FMI e le loro misure macroeconomiche di risanamento e sviluppo di questo Stato in continuità con le strategie adottate per i paesi poveri altamente indebitati (Heavily Indebted Poor Countries, o HIPC) promosse da più di dieci anni a questa parte. L’Afghanistan è, non dimentichiamocelo, il primo produttore mondiale di oppio e fino a quando, a parità di superfici, i guadagni della coltivazione di oppio per il coltivatore saranno costantemente al di sopra di quelli del grano, non ci sarà via d’uscita al tunnel dell’economia illegale del Paese, che certamente non persegue politiche sociali e nemmeno gli interessi dei poveri afgani che vivono in condizioni al di sotto della soglia di sussistenza. Buona settimana. VM

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Martedì 11 Mag, 2021 Mario Palmiero

Un intervento militare ventennale, e il Paese asiatico non ne esce certo migliorato, anzi, è sempre diviso lungo le sue faglie interne. Colpa soprattutto di una Nato incapace di rafforzare una componente islamica che fosse in grado di scalzare la popolarità dei Talebani tra le fila del gruppo etnico maggioritario, i Pashtun. Un’incapacità a mio parere determinata anche da una pericolosa sottovalutazione di una religione e soprattutto di una cultura fatta di legami tribali e vincoli di sangue risalenti a secoli di storia, a favore di una realpolitik sterile e mentale. Certo, non è un secondo Vietnam e non è neanche paragonabile al caos lasciato dalla precipitosa ritirata da Kabul delle truppe sovietiche nel 1989, ma è comunque una netta sconfitta della Nato, dell’Occidente e, quindi, anche dell’Italia. Un caos fatto Paese, ingovernato e ingovernabile, nel quale la pressione dei Talebani si farà sempre più stringente e gli attentati continueranno a fare strage dopo avere ucciso non meno di centomila civili in venti anni. Ed è questo il dato su cui bisognerebbe soffermarsi (e qui mi riallaccio col pensiero del Direttore): venti anni. Un’intera generazione di bambini, ragazzi e giovani uomini che non hanno conosciuto altro che la guerra. Da tutto questo, cosa possiamo aspettarci per il futuro?

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