Martedì 11 Mag, 2021

Dovere di censura

Elio Pariota
Elio Pariota
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Può un amministratore delegato di un’impresa privata staccare la spina al megafono di chicchessia sulla propria piattaforma social? 

È sua prerogativa quella di ampliare o restringere il raggio della libertà di espressione? O invece, la compressione di questo diritto deve avvenire soltanto attraverso la legge?

Sull’argomento regna l’imbarazzo. Perché nei giorni scorsi i big della comunicazione digitale (Twitter, Facebook, eccetera) hanno sospeso l’account di Donald Trump dopo le drammatiche vicende dell’assalto al Congresso per le quali gli si attribuisce una indiretta responsabilità.

L’America ferita si interroga sullo strapotere delle big tech; l’Unione Europea vede scricchiolare l’impianto del Digital Service Act, faticosamente messo in piedi per regolamentare lo spazio digitale con presupposti chiari.

Mi pare ovvio che all’autorità pubblica spetti il compito di intervenire contro l’uso eversivo dei social.

Ma quando essa latita, oppure tarda ad assumersi le proprie responsabilità, è auspicabile l’intervento da parte dei giganti della comunicazione digitale.

Non un diritto, ma un dovere di censura a presidio della democrazia.

Commenti
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Martedì 11 Mag, 2021 Vincenzo Merlino

Buonasera e bentrovati a tutti. Sono piuttosto in linea con le considerazioni del Direttore e di Palmiero sulla necessità quindi di contemperare il diritto alla libertà di parola/pensiero delle persone che scrivono sui social e sul web in genere e quello delle persone che tali parole/pensieri sono obbligati a subirle sempre e comunque, attraverso una regolamentazione seria e ragionata sulla quale vigili un organismo superiore, autorevole e indipendente rispetto ai provider dei servizi di comunicazione. Buona settimana. VM

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Martedì 11 Mag, 2021 Mario Palmiero

Bentrovato al Direttore e, a tutti gli amici, un buon inizio d’anno. All'indomani degli accadimenti di Capitol Hill e sull’onda dell’emotività personale, il mio primo pensiero è stato “ben fatto!”. Tuttavia e come giustamente evidenzia il Direttore la questione non si può liquidare in due minuti e ha una portata ben più ampia, per genesi e conseguenze. Dal punto di vista teorico il problema sussiste: ogni forma di censura costituisce sempre un trauma. Ma da quello pratico, occorre ricordare che i social sono piattaforme private che hanno codici di comportamento e regole che magari non vengono lette al momento dell’iscrizione, ma vanno rispettate. Così come viene oscurata l’utenza del semplice cittadino che non rispetta le policy delle società private che realizzano i social, lo stesso si fa con quella del Presidente Usa. Insomma, per anni i leader politici hanno disintermediato la comunicazione, e adesso scoprono che i social non sono esattamente a loro servizio. Certo allora ci sarebbe da chiedersi perché questo principio sembri non valere per tutti. Se Trump appare così pericoloso, perché le società non bloccano anche gli account dei vari dittatori sparsi per il mondo che scrivono e dicono quello che vogliono sui social in totale libertà, dalla distruzione di Israele all’odio razziale, religioso e verso l’occidente? Se il principio è giuridico, ovviamente. Poi c’è chi sostiene che il principio non debba più essere giuridico come agli albori dei social, e vorrebbe una sorta di “costituzionalizzazione” di Twitter o Facebook appoggiandosi ad una giurisprudenza che incomincia ad orientarsi verso il principio secondo il quale i messaggi postati diventano parte identificativa della persona stessa, del suo “io”, del suo essere, e quindi meritevoli di una tutela ben superiore dal punto vista giuridico. Come dice il Direttore dovrebbe esserci un’autorità superiore a vigilare sui messaggi e non deve essere lasciata alla discrezionalità dei proprietari dei social staccare o meno la spina. Restando in Italia, dunque, è mai possibile che ancora oggi il sistema sia regolato da una legge del 1996 (l’alba dei social network!) che si limitava semplicemente a stabilire l’irresponsabilità delle piattaforme rispetto a quello che gli utenti pubblicavano e niente più? È evidente che stiamo parlando di un'era geologica fa; il legislatore deve mettersi all’opera, e anche in fretta.

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