Venerdì 18 Dic, 2020

Città intelligenti, in Italia troppo divario

Elio Pariota
Elio Pariota
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Città intelligenti, in grado di interconnettere le amministrazioni con i cittadini migliorandone la qualità della vita. A che punto siamo?A giudicare dal Rapporto ICity Rank 2020 che fotografa il processo di trasformazione digitale nella nostra Penisola, la risposta è che ancora una volta il Paese è spaccato in due.

Da un lato il Nord che nella Top 10 vanta ben 9 città (Firenze in testa, poi Bologna e Milano) con un livello di infrastrutture di rete tale da concorrere allo sviluppo sociale culturale e urbano; dall’altro il Sud che ha nella sola Cagliari (nono posto in classifica) una rappresentanza tra le prime 10.

E’ vero che Bari, Lecce e Palermo sfoderano piazzamenti lusinghieri; tuttavia la nutrita pattuglia delle città meridionali che figura nella parte bassa della classifica la dice lunga sul divario esistente. La cultura digitale è il presupposto per la futura edificazione delle Città intelligenti. Un futuro che deve appartenere all’intero territorio, non solo a una parte di esso.

Commenti
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Martedì 22 Dic, 2020 Vincenzo Merlino

Sono d'accordo con l'amico Palmiero e con lei, Direttore. Penso che così come i trasporti nella seconda metà dell'Ottocento, divenuti sempre più sviluppati e complessi, funsero da volano per la piena espansione della seconda rivoluzione industriale, le competenze e le infrastrutture digitali rappresentino oggi la chiave strategica per una nuova transizione verso uno sviluppo economico, sociale, culturale, urbano e che quindi, per non lasciare indietro nessuno, sia necessario abbattere il digital divide.

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Domenica 20 Dic, 2020 Mario Palmiero

Se si parla di divario digitale tra le città del Nord e del Sud del Paese, immaginiamo il divario tra il Sud e l’Europa giacché già l’Italia si piazza di per sé all’ultimo posto della classifica Ue! Eravamo già in coda, ma in un anno siamo riusciti a recedere ulteriormente perdendo le due posizioni che ci separavano dal fondo. È questo il dato più allarmante che emerge dal Desi Index 2020, l’indice della Commissione europea che analizza lo stato di avanzamento del digitale nei 28 Paesi dell’Unione. In Italia il “digital divide” è causato prevaletemene dalla mancanza di infrastrutture adeguate e in particolare la mancanza di collegamento ad Internet veloce tanto è vero che si stima che il 12% circa della popolazione non abbia accesso alla banda larga. Ma oltre alle infrastrutture, è anche la mancanza di figure adeguate, anche a livello manageriale, ci ha fatto precipitare all’ultimo posto. Una situazione allarmante che rischia di vanificare qualsiasi tentativo di ripresa economica e di azzerare il vantaggio sul 5G. I dati sono a dir poco inquietanti: solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede almeno competenze digitali di base - contro il 58% nell’Ue - e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori a quelle di base, 33% nell’Ue. Queste sono le ragioni per cui il divario digitale dovrebbe essere un tema centrale della politica. Recuperare in tempi brevi non sarà possibile; ci vorranno anni per sfornare un numero di diplomati e laureati in materie tecnologiche, e riqualificare la forza lavoro esistente è un’operazione altrettanto complessa e lunga, ma certamente senza una spinta politica forte in questa direzione non ne usciremo.

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